|
Uno spicchio di luna
"Non riesco più a innamorarmi, dottore! E' meraviglioso!!!" disse la donna ridendo, distesa sul lettino dell'ambulatorio, dove Marco, il suo medico, un po' psicologo e un po' sant'uomo, la teneva in cura tutti i venerdì pomeriggio, ormai dall'inverno passato.
"E dire che ne abbiamo viste di situazioni evolversi in questi ultimi tempi, Vittoria. Possibile che nessuna sia andata bene per te?" rispose lui con un cenno impercettibile ma forse intuibile di esasperazione nella voce. Vittoria annuì ma non rispose, osservando nel vuoto con espressione divertita. Quella donna, non giovanissima, doveva essere stata bella e ancora lo era, al punto da avvertire su di lei il desiderio degli uomini attraverso gli sguardi che riceveva, ovunque si trovasse. E visto che era il sogno perfetto quello che rincorreva e non le era mai capitato di trasformarlo in vita reale, aveva segnato croci su croci a sbarrare tutti quei nomi che si alternavano nella sua vita piena di amori sbagliati. "L'uomo è fatto in un modo che io non posso accettare, vuole collezionare donne come fiammiferi, per poi accenderli e buttarli via tutti insieme", pronunciò con tono indolente. "Ma io non ci sto. E' un'offesa al mio cuore e anche al cervello", e chiuse gli occhi in una piccola smorfia infantile.
Marco pensava a quanto fosse attraente. Fin dalla prima volta, quando entrò nel suo studio in un pomeriggio di marzo, l'aveva trovata anche simpatica, irrazionale, romantica. Un tipo di persona che faceva scorrere il tempo veloce ad ascoltare cos'avesse da dire. "Gli uomini? Non vorrei farne a meno, ma più li conosco e più li allontano". Marco ricordò tutti i racconti che gli aveva già fatto. "Che pena provo per chi è prigioniero della sua fredda e cinica vendetta contro il mondo", concluse Vittoria che aveva deciso di dimenticare chi l'aveva fatta soffrire. La lista era fittissima, e in una sorpesa continua venivano fuori nomi, situazioni, eventi di una vita che ne sembravano due, mescolate e agitate. Che fatica e quante energie doveva avere impiegato, poveretta! "Io chiudo. Non voglio più avere a che fare coi maschi. Voglio svegliarmi da sola al mattino, stiracchiarmi nel letto, fare colazione in cucina, in piedi davanti al lavello, cantare sotto la doccia, ascoltare la musica alle quattro di notte e ridere, ridere, ridere perché non ho bisogno di nulla".
Vittoria aveva deciso e non sarebbe servito dirle che c'era almeno una possibilità che lei stava sbagliando e che sarebbe stato bellissimo incontrare, in una serata d'estate, un uomo con il sorriso negli occhi e l'ilarità contagiosa di un adolescente. Non avrebbe ascoltato se Marco le avesse raccontato di uno spicchio di luna, sognando i cieli di Istanbul, dentro a un'auto parcheggiata accanto alle rovine romane, fra risate, allegria e fantasia. Certo, sarebbe stato inatteso e altrettanto improbabile che quell'uomo non era uno dei soliti collezionisti di fiammiferi da fare esplodere uno per uno o tutti insieme, e che quella sera voleva soltanto stringerla a sé e cantarle canzoni opportune. Vittoria avrebbe ricevuto il regalo più bello, pensò Marco, se avesse conservato intatto, nascosto nel cuore, il desiderio di credere che il sogno non era finito.
|